Nella sua peculiarità di primaria nozione, l’alfabeto è un elemento che – quando reinterpretato – dà vita ad una strana chimera, qualcosa che conosciamo profondamente ma che può portare con sé significati totalmente nuovi.
Nel caso in cui questa reinterpretazione implichi un processo di antropomorfizzazione della lettera, il discorso si fa ancora più interessante. Rendere umana una lettera, nel suo essere grafia, va a generare quello che Roland Barthes chiama «lo spirito della Lettera».
Partendo da un emblematico e celebre passo del Vangelo, la Lettera (che uccide) viene contrapposta allo Spirito (che, invece, vivifica). L’“asimbolia” della Lettera si accosta ad uno spirito che, nell’immaginario collettivo, non ha quasi mai uno spazio del simbolo, ma solo del senso. L’interpretazione è quindi qualcosa di associabile alla sfera dello spirito e non a quella della lettera.
D’altro canto, con un sovvertimento di questi presupposti, nell’epoca moderna si è assistito per Barthes ad un ritorno alla materialità grafica della lettera come elemento irrinunciabile nonostante l’origine sonora: la lettera ritorna ad essere un profondo crocevia di simboli.
Prendendo in prestito sempre le parole di Barthes ne L’ovvio e l’ottuso: «Una lettera vuol dire e non vuol dire insieme, non imita e tuttavia simbolizza, mette contemporaneamente alla porta l’alibi del realismo e quello dell’estetismo».
Effettivamente, in epoca moderna si è assistito a due esempi di personalizzazione della lettera, molto diversi fra loro nella resa e soprattutto negli intenti, ma ugualmente significativi nell’ottica di un’interpretazione della lettera stessa nella sua vuotezza e pienezza insieme, nel suo essere al contempo contenitore e contenuto.
Questo articolo si ripropone di costruire un parallelismo fra due alfabeti – quello di Erté e quello di Tomaso Binga – mettendone in luce le parecchie differenze da un lato e la fortissima assonanza dall’altro.